Sopravvivere facendo arte

Agradecemos entrevista realizada por la revista Kamala a través de la agencia Metropolitan adv. de Italia

Sopravvivere facendo arte

PILAR, UN’INTERVISTA CHE NON È SOLO RACCONTO, MA VERA E PROPRIA PAGINA DI VITA

“Proverò a scrivere questa lettera per raccontarvi della mia vita e il conflitto. Non è facile farlo, realmente è un conflitto, però si risolve”.
Inizia così il racconto di Marìa Del Pilar Restrepo Mejìa, per chi la conosce, Pilar.

L’ho conosciuta, poco. Un ritratto. Qualche sguardo. Qualche racconto sul terrazzo del Teatro La Máscara, a Cali, in Colombia.
Così è rimasta come incastrata lì, tra gola e stomaco.
Tutto di lei parla di un conflitto: occhi profondi, corpo esile e dritto come quello di chi non abbassa la testa, dolce come una mamma che in piena sofferenza ti sussurra nell’orecchio: “realmente è un conflitto, però si risolve”. E anche tu ci credi un po’ di più. Prendi fiato e riparti.
Pilar è una scrittrice, attrice e femminista. Vive a Cali ed è colonna portante del Teatro La Máscara, realtà che sul territorio si distingue per l’attività nell’ambito del teatro di genere.
Per lei il conflitto ha radici lontane, all’asilo, donna in mezzo a molti uomini, obbligata a comportarsi in maniera differente.
“In questo conflitto personale nacque la volontà di essere uguale o migliore dei miei fratelli nelle competizioni di forza, di intelligenza e di astuzia che la vita ci poneva di fronte. Dopo, il conflitto personale, si è evidenziato in un’altra maniera. Ed è in questo momento dove ebbi il primo impulso ad agire per “la causa” delle donne, per il tema dei loro diritti, della povertà, della sottomissione, la discriminazione e l’analfabetismo: tutte queste realtà comuni a donne nere, indigene e mulatte”.
Il percorso di Pilar contro la madre, la nonna e l’intera famiglia è un cammino attraverso il quale sempre più prende forma in lei il conflitto in cui versa l’intero paese, “mille storie di violenza: di uomini a cui veniva tagliata la testa, la lingua veniva annodata come fosse una cravatta e venivano appesi nelle piantagioni di caffè. Posso dire che il conflitto c’è nei miei occhi da quando giocavo con i bambini nel quartiere, bambini e bambine senza braccia o senza una gamba per correre, perché avevano sofferto la crudeltà della violenza nella zona rurale”.

Dal “Conflitto” al mondo dell’Arte?
Recitare mi ha permesso di resistere e ri-esistere, di creare e immaginare, rivelare e rappresentare.
Non vogliamo disegnare, attraverso questa intervista, un quadro totalmente pessimistico né di un paese, né del discorso “donna” in generale. Posso chiederti un lato positivo e uno negativo in questa “lotta”?
Vi faccio una piccola premessa. Il conflitto armato in Colombia, fa si che la gente fugga dalle zone rurali, verso la città.
Molte delle persone con cui lavoriamo sono persone che vengono da storie di questo tipo. Ci si aspetterebbe, pertanto, un livello culturale molto basso, persone vuote e senza niente da dare. È il contrario. Loro posseggono una sensibilità e una conoscenza che noi stesse non abbiamo.
Quindi posso dirti che positiva e sicuramente interessante è la conoscenza con queste persone che sono state a contatto così diretto con la violenza. La nostra attività teatrale e di formazione ci pone quotidianamente a contatto con donne che, in un contesto come questo, prettamente patriarcale e maschilista, sono sinonimo di resistenza. Donne che ci danno costanti lezioni di vita.
Negativo, da sempre e purtroppo ancora oggi, è il contesto. La presenza maschile è molto importante ed esprimersi in maniera artistica in questo contesto è molto difficile.
La vicenda che ricordo con maggiore dolore risale al 1988: un’ondata molto forte di violenza contro i nostri gruppi. Il Teatro La Máscara non è nel quartiere in cui è ora (San Antonio, Cali), che da quando esiste si è distinto per essere accanto alle rivoluzionarie di sinistra, ai lavoratori, non solo a livello artistico. Ecco, tra il 1987 e il 1988 abbiamo iniziato a ricevere minacce di morte, per via telefonica e tramite lettere in cui vi era disegnata una croce sul marchio del Teatro. Eravamo considerate una minaccia. Furono uccise tre persone vicine al gruppo in quegli anni.
Riuscimmo a lasciare il Paese, ci portammo dietro le nostre famiglie e…
le nostre opere teatrali (sorride).
Ma ti dirò che anche in tutto questo c’è stato del positivo: la nostra lotta non si è fermata. In un anno e mezzo con la nostra attività abbiamo toccato Costa Rica, Nicaragua, Messico e Cuba. Siamo sopravvissute facendo arte. Allora portavamo in scena “La obra de mujeres” (Opera di Donne)…(sorride)

Oggi a che punto possiamo dire di essere?

Oggi è tutto molto diverso, ma la lotta, sotto altra forma e con altri strumenti, continua. La nostra attività è molto legata alla formazione di gruppi di donne e giovani contro la violenza.
Ora, per esempio, sto seguendo un “laboratorio di creazione teatrale e pensiero femminista”, un laboratorio possibile grazie a risorse statali e private che, una volta a settimana riunisce donne che liberamente decidono di partecipare. Un’occasione di formazione che non vuole rimpiazzare in nessun modo l’Università (che dal canto suo non prevede formazione in questo senso), ma cerca di dare una struttura al pensiero femminista.

Come si sposa il teatro con questo obiettivo e con il pensiero femminista in generale?

È una domanda corretta. E ti dirò che se prendessimo l’attività teatrale in maniera staccata dal contenuto risulterebbe sterile e priva di senso, il pensiero femminista (in questo caso) a sua volta, preso a solo, sarebbe sicuramente meno incisivo. È attraverso l’arte e l’espressione del corpo in maniera libera che questo pensiero prende forma vera.
Per le donne che si affacciano a questo mondo è importante comprendere che è un percorso di liberazione, come lo è stato per le donne prima di loro, sino a oggi. La letteratura non cita il pensiero anarchico femminista nella storia, cita solo uomini, pertanto l’esempio che si ha di fronte è molto spesso, per non dire sempre, di natura maschile.
Attraverso l’attività teatrale cerchiamo di dare spazio a donne la cui attività, fatta anche di lotte, carcere, morti, esili, ha portato alla libertà di cui godiamo oggi. Libertà di studiare, guidare, tutto.
Penso (e leggo, in italiano!) ad Alda Merini, rinchiusa in manicomio per decisione del marito. E cosa è venuto fuori da quella presunta pazzia?
Dobbiamo leggere, formarci e portare dentro di noi il valore di queste donne.

3 esempi di donne che ti hanno accompagnato e ti accompagnano…

(Sorride e risponde senza neanche pensarci:) Virginia Woolf, Maria Zambrano, Marta Cecilia Vélez.

Approfondiremo sicuramente queste figure..
Concludiamo con una domanda che forse avrebbe dovuto aprire questa intervista, ma viene naturalmente ora. Come definirebbe Pilar il femminismo?

Ci sono settemila maniere per poterlo definire, ma ti posso dire che per me femminismo è combattere il patriarcato.

Nella pratica, in cosa si traduce o si dovrebbe tradurre?
Dobbiamo cambiare la maniera, il comportamento, il linguaggio. Dobbiamo identificare i tratti propri del patriarcato e combatterlo.

Hai citato prima “La Obra de Mujeres”, uno stralcio che ricordi per salutarci?
Rispetto a una mamma che ammazzava il figlio:
“A voi chiedo di non arrabbiarvi, alla fine ogni creatura ha bisogno dell’aiuto delle altre”.

Fuente: http://www.kamalamagazine.com/articolo.php?id=35

6.2.2018
 

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